Credo sia un libro deliziosamente fondamentale per coloro i quali vogliano intraprendere quella professione chiamata scrittore.
Il libro si divide in due parti. La prima è il romanzo della sua vita. La scuola e un fisico troppo debole, le prime pagine riempite di lettere e caricate di speranze, i fallimenti, i primi successi. Passa per la metafora della Cassetta degli Attrezzi: come lo zio portava in giro la sua, anche per cambiare una lampadina, perchè non sapeva mai cosa sarebbe servito... allo stesso modo il Piccolo Scrittore deve attrezzarsi.
Nella Cassetta ci deve essere un Vocabolario e l'uso della grammatica corretto. King dice "usate sempre la prima parola che vi viene in mente, se appropriata e colorita". King suggerisce fino allo sfinimento del lettore/scrittore di non usare mai la forma passiva, perchè è segno di insicurezza, di limitare gli avverbi, di non usare sinonimi di "dire", e che l'unità di misura è il paragrafo e non la frase.
Lo scrivere si divide in tre parti. Narrazione, ovvero collocare i personaggi in una situazione di tipo "E se..." e poi osservare come ne escono.
Descrizione, ovvero la risposta alla domanda "Cosa volete che provi il Lettore?". Non bisogna entrare troppo in dettaglio, è meglio lasciare spazio all'immaginazione di chi legge. L'ambientazione e l'atmosfera per King sono più importanti del fisico dei protagonisti: tipo evitare tutte quelle descrizioni noiose dell'abbigliamento.
Dialogo, che deve essere realistico e non ampolloso. Deve essere adeguato al personaggio: alcuni dicono le parolacce, altri no, alcuni sono sgrammaticati. Quanto ai Personaggi, bisogna osservare la realtà e descriverla sinceramente: il racconto si basa sulla persona, non sull'avvenimento, mentre il romanzo si basa sulla Storia.
[Ho trovato alcuni punti che felicemente ho constatato nel mio gruppo di lettori: le mie risposte con "si ma" per difesa di ciò che ho scritto, i lettori che evidenziano gli errori pratici, quelli che apprezzano i finali e altri che lo disprezzano, le opinioni soggettive che alla fine tendono a collimare...]
Io uccido, non è un imperativo ma è il libro "vecchio" dell'ex comico. Romanzo godibile molto sulla falsariga di Deaver. Per come è scritto, per come è narrato. Infatti la forma italiana un po' va a perdersi, per lascaire spazio a visioni di gusto cinematografico e sintassi americanizzata.
La storia in se è la più classica possibile. A parte l'ambientazione, il contenuto è scarnissimo di avvenimenti (la storia si può raccontare in 2 minuti di orologio senza tralasciare troppi particolari) ma carico fino alla nausea di sensazioni. Sensazioni trasmesse dai posti (ci giurerei che Faletti era stato in passato a Cassis e per scrivere quella parte: tornandoci, ha catturato proprio quello che voleva che Hulot sentisse) sensazioni trasmesse dai ricordi, dal contatto con la gente... e di scontati aneddoti quotidiani (tipo il colpo di tosse del tabaccaio che non si sa se è un ringraziamento o una fanculizzazione) che in ogni caso sono divertenti e mi hanno fatto sorridere spesso.
Un continuo vedere la storia attraverso la psiche dei vari personaggi. Un continuo shift tra quello che provi leggendo e quello che Faletti ha scritto e vuole portarti a immaginare.
Sulla "forma" del racconto, tanti particolari mi sembrano un inno all'evoluzione tecnologica, e altrettanti (e mi spiace dirlo) un inno a MARCHE e MODELLI. Come mai su certi particolari (in primis la Peugeot 206 e la citazione della prase "Enfant terrible", modelli di telefonini, computer) si sofferma tanto?
Non si può scordare però la suggestione che ti riesce a dare con le descrizioni radiofoniche. La bellezza luciferina di Jean Loup Verdier. Da leggere: per lo meno per le descrizioni maniacali ed esasperate.
Storia: Un dee-jay di Radio Monte Carlo riceve, durante la sua seguitissima trasmissione, una telefonata da uno sconosciuto che annuncia un omicidio. Il giorno dopo un pilota di Formula Uno e la sua compagna vengono trovati morti e orrendamente sfigurati sulla loro barca. Se la maggior parte avevano giudicato la telefonata alla radio come uno scherzo di cattivo gusto, l’orrendo omicidio conferma che si trattava di qualcuno che fa sul serio. Accantonata la sua vena comica, Faletti confeziona inaspettatamente un best seller che ha scalato la classifica delle vendita. Lungi dal somigliare ad un capolavoro è comunque un romanzo di piacevole lettura con un stile incalzante che non lascia un attimo di fiato al lettore. La trama è semplice e lineare, buon equilibrio tra dialogo e narrazione. In poche parole un romanzo di buona fattura che vede la nascita di uno scrittore "popolare" che sa non dispiacere ai lettori più esigenti, confortati dal positivo riscontro di buona parte della critica. La caccia al serial killer pervade le oltre seicento pagine del libro e onnipresenti sono i riferimenti alla musica, altro campo in cui Faletti ha dimostrato di saperci fare. Anche l'ambientazione è originale: una Montecarlo percepita come la città della ricchezza, delle vacanze e della mondanità, che diventa lo scenario di terribili delitti. Il romanzo va avanti con il ripetersi di orrende uccisioni, tutte anticipate dalle telefonate radiofoniche e poi firmate con la perentoria frase "Io uccido". Nella telefonata al dee-jay viene dato un misterioso indizio ‘musicale’ sulla prossima vittima, che gli investigatori, guidati dall’imperturbabile agente dell’FBI Frank Ottobre e dal suo amico Nicolas Hulot, commissario della Sûreté Publique, tenteranno inutilmente di interpretare per evitare il nuovo omicidio. I sospetti cadranno man mano su uno dei diversi personaggi emergenti dalle pagine del romanzo, salvo tralasciare quello che si ritiene essere il piu’ insospettabile ma il vero serial killer , uno spietato assassino che, alla fine risulta quasi ‘il buono’ di fronte all'ipocrisia e vera cattiveria del mondo.