Io odio andare ai matrimoni. Fossi un legale ci andrei volentieri, e invece non studio legge. Ho il romanticismo a volte a livelli da Mar Morto, e... beh, sì il titolo è un tributo a Stewie Griffin e la sua caduta delle illusioni quando la bimba dell'asilo gli chiedeva i biscotti e non la sua persona. Ecco. Non so, alla fine mi faccio sempre incastrare. Devo togliermi dai maroni 'sta gentilezza e a volte piantare scuse inventate plausibili. Solo che in quel momento di fronte a sposi entusiasti e genitori commossi nonglielafo. Porca zozza. Il sedici agosto mi hanno incastrata, ecco. Ma soprattutto mi da noia interagire ai matrimoni e rivedere gente che si conosceva. [incompleto]
Cosa fareste se il vostro rapporto con un genitore che al massimo si è compiuto nel complimento "sei troppo alta per essere una donna, potevi essere alta come tua madre" ma si è declinato trattando te come una leptospira o come una pseudomembrana da difterite?
Ecco, aggiungete che magari col suddetto fornitore di parte del vostro partimonio genetico abbiate un rapporto che si declina in 30-40 caratteri al giorno del tipo: "Notte" "notte freddo" "notte sono inca" "notte stanchissimo" "buon fine settimana". D'un tratto lo vedete uscire dall'ascensore, quel genitore che per comodita supponiamo sia quello di parte maschile. Lo vedete diverso dagli stessi giorni dell'anno prima. Più basso di voi, col cranio rasato a non far distinguere più alcuna differenza tra zone glabre e quelle fornite di bulbi piliferi. Forse con lo stesso peso, ma più basso di voi. Sempre un omone, con quella barba di un paio di giorni incolta. Voi con uno scatolone in mano, a guardarlo per alcuni secondi prima che vi salutasse lui, perché magari la vostra testa per quei cinque secondi di gap pensava a quello che vedeva e non riusciva a collegare la testa al centro del linguaggio. Ti saluta, si sporge porgendoti la guancia per darti un bacio su quella tua corrispondente. Tu ti desti da quel pensare e distendi la fronte, fai altrettanto e guardandolo dici: "Ti ho portato le piante, dove te le lascio?". Lui ti risponde di appoggiarle sullo zerbino dello studio, al solito, che ormai è diventato luogo di scambio tra padre e figlia. Quasi è così troppo consunto e infangato che ti andrebbe di comprargliene uno nuovo, di zerbino. Lo riguardi annuendo e pensi che dei due quello malato sembra lui. Quello sguardo perso nel vuoto e un po' fisso che ti ricorda uno dei prof di Patologia. Non sai neanche come chiamarlo come sentimento ma forse non è compassione, è un sentimento simile a dispiacere e rodimento di vedere qualcosa che non... beh, ecco che non sai cosa è. Non è indifferenza, ma è la somma di tante cose susseguite negli anni e che fa sorprendere quelli che ti sono vicini per come continui a parlare e trattare con qualcuno. E non sai se fai bene, o se sbagli del tutto.