Gli scozzesi, che ne possedevano, li hanno sostituiti più tardi con le cornamuse che, anche, accompagnano i soldati al combattimento. Sono del resto degli scozzesi che hanno ricostituito un carnyx che potete anche sentire in questo sito (in inglese): carnyx.musicscotland.com o direttamente qui (musicista: John Kenny, Scozia):
Ma il simbolo del cinghiale risale a lontano. È probabilmente indo-europeo. È presente nei miti greci. È un cinghiale, un animale considerato orribile, che invia Aphrodite per distruggere il regno di Calydon, che uccide il bestiame e terrorizza gli abitanti. Di stesso è un cinghiale che ARES, geloso, invia per uccidere Adonis, il amant di Aphrodite.
È anche presente in India[miti di Vishnu e Krisna]
Sicuramente aveva già dato noia agli agricoltori neolitici. Tuttavia, il selvaggio non poteva essere completamente eliminato. Forse per ragioni religiose che ci collegano ai tempi vecchi. Si sa che gli uomini hanno introdotto animali selvaggi in alcune isole di Mediterraneo, il cervo in particolare, e che le hanno cacciate. Tuttavia erano venuti con le capre e le pecore, da tempo addomesticate. Era per perpetuare un ritual molto vecchio, legato alla caccia? Alcuni préistorici, alla luce delle religioni che pensano alla relazione dll'animale differentemente (Jean Clottes). Si potrebbe considerare il cinghiale dei celti come un animale totémico: appare come emblema e si vede investito di un potere magico.
Il maiale magico è come il calderone uno strumento di résurrezione che possiede Dagda (in Irlanda o Teutates in Gallia)l dio proprietario dei druidiche regnano sulla vita e la morte. Ci si può nutrire al calderone senza mai che non tari e le morti, gettati dentro, trovano una nuova vita. Inoltre il maiale può essere mangiato un giorno e ridiventare intatto il giorno dopo e mangeable nuovamente.
La caccia poteva bene avere un carattere rituale nelle società paléolithiques di cacciatore-raccoglitori. In particolare la caccia ai grandi animali certamente venerati, forse totems, in ogni caso certamente temuti. Non si trovano rappresentazioni paléoliticheella pianta o dei piccoli animali. Invece bisonti, mammut, félini.. si trovano dipinti o incisi sulle pareti delle grottes. E se la caccia, come lo pensa Catherine Claude (l'infanzia dell'umanità - Harmattan 1997), era un rituel di trasgressione del divieto di uccidere questi grandi animali, divieto che si è trasmesso a in "non ucciderai affatto" cristiano?
La caccia al cinghiale, nei celti, obbedisce a questo rituel. Di rado è del resto cacciato.
Ma già al neolitico, cosa che è restata fino a noi il "trofeo" di questa caccia, il dente del cinghiale, è investito di un potere magico, certamente in relazione con il résurrection. Si sono trovati scheletri neolitici dei due sessi inumati con solo ornamento un braccialetto fa di due canini di cinghiale al loro polso (Francia, Alsace, Lingolsheim).

Si sono anche trovati denti di cinghiali, associati a resti umani, vicino al battistero di Limoges, datato dei dintorni del 3$o secolo dopo JC. Questo "culto" del cinghiale durava dunque forse nei riti della cristianità nascente, in modo ufficioso... in ogni caso si continuava certamente ad attribuirgli un potere magico in relazione con oltre.
Si trovano ancora oggi gambe di cinghiali inchiodate sulle porte delle stalle del Limosineo della Auvergne. Non ho ancora interrogato le persone a questo riguardo ed avrò una risposta tanto queste vecchie credenze si nascondono. Ma certamente possiedono, come il dente, un potere magico protettivo, per il bestiame o per i prodotti alimentari.
Si potrebbe fare il parallelo con il toro il cui mito è certamente primo e potrebbe trovarsi riattivato nel potere del cinghiale. Il toro indo-europeo è infatti allo stesso tempo la potenza distruttiva e la fonte della vita e dell'eternità. Il simbolismo della cornucopia che gli è legato si trova certamente nella mezzaluna lunare dell'islam stesso che non è diverso che un corno o piuttosto una paio di corni.
La mezzaluna, mentre può richiudersi, come la morte sull'uomo, apre riguarda l'eternità. Il braccialetto dei due denti di cinghiale, al polso dei neolitici defunti, è il loro passaporto per l'eternità, la forma del dente è quella della mezzaluna ed i due denti associati formano un cerchio, come il ciclo della vita.
Il cinghiale gli è anche associato sia alla forza ed alla guerra che all'abbondanza, i prodotti alimentari e la salute. Il dio marzo romano sembra avere ripreso questa stessa dualità.
È la stessa dualità di quella del fulmine che è capace di uccidere ma che ha dato il fuoco agli uomini? La mitologia attaccata al fulmine sembra bene confermarlo.
Siamo là alle radici un bene e del male, strettamente legati, così vicini... ?
la femmina del cinghiale, non è mai così offensivo come quando difende i suoi piccoli. Applica il precetto guerriero: la migliore difesa è l'attacco.
Il cinghiale è il simbolo di un tipo di morale "naturale" che si sarebbe perpetuato assumendo forme diverse per parlarci di vita e di morte?
Il "dente sanguinante" del cinghiale è tutto sommato una "difesa"...
La guerra prende certamente la sua origine nella protezione dei prodotti alimentari contro il nemico che vuole afferrarsene. E la protezione dei prodotti alimentari è la protezione della vita che senza essa si estingue e non può riapparire. La forza è al servizio della protezione della vita.
Allora a che ritorna l'attacco? Chi è l'aggressore? Quello che manca?
Quando diventa -il più facile o più allettante, o anche semplicemente possibile, prendere all'altro piuttosto che di produrre sé i suoi prodotti alimentari?
Alcuni diranno che la causa è l'abbondanza, l'accumulo e la diseguaglianza. Si potrebbe fare il legame con la proprietà, quella dei prodotti alimentari, che cominciano con l'addomesticazione degli animali, la proprietà del bestiame. Quindi quella della terra che può essere legata alla sedentarizzazione. Proprietà collettiva certamente, del gruppo, del clan, del villaggio, più probabilmente di proprietà individuale inizialmente. Ma di quella c'è soltanto un passo... E quindi basta a causare il desiderio, la guerra, tra i clan, i villaggi...
Dunque l'abbondanza possiede questa stessa dualità, di essere allo stesso tempo la vita e la morte... "abbondanza di beni non nuoce"... falsa buona morale... come per riassicurarsi..
Penuria penuria, abbondanza...
Forse è ciò che ha fatto la storia dell'umanità e continua a fare tutt'oggi...
La cornucopia resta il nostro simbolo della vita.
È stata il tema ricorrente delle società rurali ed agricole.
Resta il tema ricorrente delle società post-industriali che coltivano il mito della crescita come rimedio a tutti i mali.
Quando siamo riusciti a garantire la nostra "sicurezza alimentare" tramite ammodernamenti agricoli, a soddisfare i nostri stomaci al punto che, infatti, più sarebbe il nemico del bene, e che ci interroghiamo su "bene mangiare" molto più che su "abbastanza mangiare", abbiamo inventato altre penurie, altri desideri da soddisfare: quelle degli oggetti ultimo gridano, immediatamente desiderati, immediatamente gettati... e ci avviciniamo della vittoria, o dell'ultima sconfitta, quella di sapere che i nostri desideri non saranno mai soddisfatti, che quella fame è propriamente insaziabile.
E se realizziamo così il mito del Dagda, il dio celtico all'appetito sovrumano?
Il mito della crescita indefinita, sono il mito del cinghiale che amplia eternamente, che si mangia e che si ricrea ogni notte.
Si potrebbe, benché le credenze delle società occidentali moderne immergano le radici nelle credenze indo-europee, vedere in questa scoperta essenziale dell'uomo neolitico su comepoteva produrre i suoi prodotti alimentari e non doveva più temere la penuria. Ma scopre allo stesso tempo il suo appetito insaziabile e ciò lo spaventa poiché ciò significa che sarà condannato a produrre sempre più per tentare di soddisfarsi e ciò, senza mai arrivarvi.
Ed allora, come suddetto Camus, "occorre immaginare Sisifo felice"...Ma quest'uomo condannato, non può impedirsi di girarsi, osserva dietro verso questo paradiso perso, questo mito dell'età d'oro che soltanto la civilizzazione industriale tendeva ad invertire, questa età dove sapeva soddisfarsi di poco, dell'essenziale forse, di ciò che rende, tutto sommato, Sisifo felice.

Le care tradizioni di casa. La "Macchina" prende l'avvio alle ore 21 del 3 Settembre da Piazza San Sisto (Porta Romana) e giunge attraverso un percorso di circa 1 Km., al Santuario di Santa Rosa.
Durante il tragitto ( Via Garibaldi - Via Cavour - Via Roma - Corso Italia - Via di Santa Rosa ) effettua 5 soste:
Piazza Fontana Grande
Piazza del Plebiscito
Piazza delle Erbe
Corso Italia (davanti alla Chiesa del Suffragio)
Piazza Verdi
La "Macchina" sosta davanti al Santuario per tutto il giorno seguente.
È un evento difficile da spiegare. Non ci sono animali come il palio di Siena, non ci sono tante sponsorizzazioni. L'origine della Macchina risale al 4 settembre 1258, quando il corpo di S.Rosa, ritrovato incorrotto (dopo che la stessa santa apparve in sogno a papa Alessandro IV), fu traslato da alcuni cardinali dalla Chiesa in cui era sepolto al Monastero che da allora divenne il suo Santuario.
Fu proprio da questa processione che ebbe inizio la tradizione del trasporto (che resta nella sua connotazione religiosa il giorno 2), e la trasformazione dell'altare, alla cui sommità era posta un'immagine della Santa, in un baldacchino alto alcuni metri con il quale, almeno dalla fine del Seicento, i viterbesi ogni anno ricordano quell'evento.
Dal XVIII secolo la macchina ha cominciato a crescere in altezza assumendo la fisionomia che conserva tuttora: una costruzione alta alcune decine di metri trasportata a spalla per le strade cittadine da un centinaio di uomini detti Facchini. Vestiti di bianco, a rappresentare la purezza della santa, morta a poco meno di sedici anni, fascia rossa in vita (rosso cardinalizio), pantaloni alla zuava e fazzoletto bianco alla corsara in testa. Si dividono in ciuffi (il peso di circa 80kg di concentra tutto sulle prime cervicali, protette solo da un cuscino di cuoio)e spallette.
Questa torre luminosa, alta ormai una trentina di metri, tutti gli anni la sera del 3 Settembre, attraversa il cuore della città che si oscura completamente al suo passaggio per farne risaltare maggiormente la luminosità. In tal modo i Viterbesi rendono omaggio alla propria "patrona" che tanto amarono in vita e che, dopo più di 750 anni, non mancano di festeggiare con grande partecipazione e solennità.
La storia della macchina di Santa Rosa è costellata anche di momenti tragici dovuti alla pericolosità del trasporto. In particolare durante il secolo scorso si sono verificati incidenti tali da convincere il Vaticano a sospenderne il trasporto, sospensione revocata ben presto per l'insistente e tenace richiesta di tutta la cittadinanza di ripristinare la solenne tradizione. Particolare la giornata di preparazione, con la benedizione in articulo mortis nella chiesa di San Sisto, da dove si snoda il trasporto, fino all'ultimo momento, il più emozionante: gli ultimi 150m in salita del 14% con la macchina "tirata" da corde aggiuntive e con i facchini di corsa. Gli ultimi brividi prima del posate del capo dei facchini.

Che poi detto tra noi Munch non era poi così strullo. Cioè: azzecchi il quadro e quindi ne fai 4 versioni... mica scemo. Munch, vissuto fra il 1863 e il 1944, era solito eseguire varie versioni delle proprie opere che considerava di partivcolare importanza. Del "Grido" ne realizzò quattro, di cui il museo di Oslo ne possiede due: quella appena scomparsa più un'altra, tenuta di riserva. Una terza appartiene a un collezionista privato
Tra tutte le opere del pittore, Il grido è indubbiamente l'opera più nota. Con quel suo Grido Munch, più d'ogni altro, ha dato voce e colore al rantolo muto del Novecento, mettendo il tutto su tela. Nonostante sia una gelida icona che incarna spietatamente la condizione esistenziale della modernità, Il grido ha un successo di pubblico straordinario. Gode tutt'oggi di una fama tale da essere stato oggetto, addirittura, di un furto d'arte a scopo d'estorsione... anche perchè se no perchè rubarlo? Per un collezionista americano? Mah, forse più per l'assicurazione.... ma stavolta questo non era assicurato. [Un'altra e più famosa versione sempre dell'"Urlo" (chiamato anche "Il Grido") fu rubata in Norvegia nel febbraio '94, lo stesso giorno in cui s'inaugurarono i Giochi Olimpici Invernali di Lillehammer, e recuperata integra tre mesi più tardi; già allora era stato chiesto un riscatto, che però il governo della Norvegia si rifiutò di pagare.]
Nonostante sia stato dipinto più di cent'anni fa, Il grido e, con esso, l'opera tutta di Munch, appartiene alla contemporaneità. Non è un caso, infatti, che l'artista norvegese sia considerato uno dei maestri del Novecento, nonostante i suoi lavori più rilevanti e originali abbiano visto la luce alla fine del secolo scorso. Slegato – sebbene non isolato – rispetto alle correnti e ai movimenti con i quali si trovò a convivere, Munch ha comunque segnato col suo lavoro la nascita e l'affermarsi di quella sensibilità espressionista che è uno dei caratteri fondanti dell'arte del Novecento. Ammirato e adorato, quasi come un padre, da quel gruppo di giovani artisti tedeschi (Kirchner, Heckel, Schmidt-Rottluf) che nel 1902 videro la sua personale di Berlino e che tre anni dopo fondarono Die Brücke (Il ponte), Munch ha contribuito al diffondersi dei molti rivoli espressionistici che dalle avanguardie storiche di inizio secolo si sono staccati per giungere sino ad oggi.
Rielaborato in seguito in altri quadri e litografie, "L'urlo" apparteneva in origine a "Il fregio della vita", ciclo pittorico per affresco che tuttavia non venne mai concluso e rimase un'opera aperta.
Nelle intenzioni di Munch, voleva costituire "il poema dell'amore, della vita e della morte" attraverso la metamorfosi degli stati d'animo espressi dall'artista attraverso un uso violento del colore e delle linee.
E' la sua materializzazione delle angosce, la sua percezione della tensioni (un po' come le opere di Klimt).