mercoledì, 16 maggio 2007

Degli aretini

Nel fare ricerche varie (!) ho trovato una notizia che mi sfuggiva. Oltre a padre Gemelli tra i fimatari del Manifesto della Razza fu anche Amintore Fanfani.
postato da: Franfiorini alle ore 20:31 | link | commenti
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sabato, 24 febbraio 2007

Son cose.

Non so perché, ma stasera mi è tornato in mente questo e quanto mi è stato utile nel 2001/02.
postato da: Franfiorini alle ore 22:47 | link | commenti
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lunedì, 18 dicembre 2006

O-o-ossa di gatto.

Giovanna d'Arco in teccia.
postato da: Franfiorini alle ore 20:39 | link | commenti
categorie: storia e affini
giovedì, 30 novembre 2006

Neuroni.

Free Image Hosting at www.ImageShack.usArriva la notizia che Giacomo Rizzolatti (nella Foto), mio professore di neurofisiologia e docente all'unipr vinse un premio.
Lui, il dottor Gallese e Fogassi sono stati insigniti del Premio Internazionale ‘Grawemeyer per la Psicologia’ per l’anno 2007, dall'università Americana di Louisville.
Il premio riguarda una importante scoperta, quella del sistema dei neuroni specchio nel cervello della scimmia e dell’uomo.
E dire che la prima volta che l'ho sentito ho pensato alla sua voce fosse simile a quella di Tognazzi.
postato da: Franfiorini alle ore 20:19 | link | commenti
categorie: storia e affini
giovedì, 26 gennaio 2006

Le sette meraviglie del mondo.

Su questo sito possono essere votate le sette nuove meraviglie del mondo moderno, peccato però che si debba pagare la telefonata...
postato da: Franfiorini alle ore 22:32 | link | commenti
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martedì, 03 gennaio 2006

Dei gruppi.

La lista dei personaggi famosi morta al bagno.
postato da: Franfiorini alle ore 00:30 | link | commenti
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domenica, 10 aprile 2005

Hieronymus Fabricius.

Nome latino per un esimio patologo proveniente dalla provincia di Viterbo, più precisamente Acquapendente. Girolamo Fabrici (1537-1619) fu allievo e pupillo di Gabriele Falloppio, al quale successe come docente di anatomia all'università di Padova.
 
Uno dei suoi allievi fu William Harvey, studioso dell'apparato cardiocircolatorio, primo ad individuare il cuore come organo pulsante.
 
Fabricius fu un embriologo, si dedicò a studi sul feto. Inoltre fece studi sull'apparato gastrointestinale [esofago, stomaco...], comprese la funzione vocale della laringe, fu il primo a dimostrare che la pupilla cambia il  suo diametro, e le peculiarità dell'orecchio. La sua scoperta più famosa però fu l'individuare le valvole venose senza capire però con esattezza la loro funzione.
 
Ai tempi della cattedra di Fabrici [che la ebbe dall'età di 25 anni] Padova era governata da Venezia. Il teatro anatomico famoso di Padova è stato eretto dal senato di Venezia ma è dovuto gli sforzi e 'importanza di Girolamo Fabrici, che inoltre ha fornito i fondi monetari personali al progetto.
È considerato uno dei padri dell'embriologia attraverso il suo libro intitolato foetu del De formatu (Venezia 1606) ed il suo lavoro postumo De formatione (1621).
Inoltre era uno dei campioni dell'anatomia comparata. Fabricius era un chirurgo eccellente attento ai dispositivi ortopedici. La maggior parte del suo lavoro scritto son sembrati relativamente ritardati nella sua carriera poiché ha dedicato la maggior parte del suo tempo all'istruzione, alla ricerca ed alla cura del paziente. Ha pubblicato le sue osservazioni anatomiche in parecchi volumi: De visione, voce, auditu (Venezia, 1600), ostiolis del De venarum (1603), totum di secundum di animalium di locali del De motu (1618)... ecc. Alcuni storici considerano che i suoi libri anatomici erano le parti di un progetto monumentale ed incompiuto che ha autorizzato il theatrum di fabricae di animalis di Totius a cui ha dedicato molti anni. I suoi ostiolis del De venarum contiene una descrizione esatta delle valvole venose. I suoi chirurgicae di opera Chirurgica o di Operationes (Venezia, 1619) è un trattato completo di patologia chirurgica.
postato da: Franfiorini alle ore 14:30 | link | commenti (3)
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domenica, 20 marzo 2005

Il maiale magico o il mito della crescita

Il cinghiale era, per i celti, l'emblema della forza e del coraggio: i carnyx, questi corni di guerra destinati ad impressionare il nemico e dare coraggio ai combattenti con i loro "grida" orribili, avevano spesso padiglioni sotto forma di capi di cinghiali. Se ne sono appena scoperti 4 quest'autunno (la 5a è una testa di serpente) vicino a Tulle in Limosin, a Tintignac


Carnyxgd

Gli scozzesi, che ne possedevano, li hanno sostituiti più tardi con le cornamuse che, anche, accompagnano i soldati al combattimento. Sono del resto degli scozzesi che hanno ricostituito un carnyx che potete anche sentire in questo sito (in inglese): carnyx.musicscotland.com o direttamente qui (musicista: John Kenny, Scozia):
Ma il simbolo del cinghiale risale a lontano. È probabilmente indo-europeo. È presente nei miti greci. È un cinghiale, un animale considerato orribile, che invia Aphrodite per distruggere il regno di Calydon, che uccide il bestiame e terrorizza gli abitanti. Di stesso è un cinghiale che ARES, geloso, invia per uccidere Adonis, il amant di Aphrodite.
È anche presente in India[miti di Vishnu e Krisna]

Sicuramente aveva già dato noia agli agricoltori neolitici. Tuttavia, il selvaggio non poteva essere completamente eliminato. Forse per ragioni religiose che ci collegano ai tempi vecchi. Si sa che gli uomini hanno introdotto animali selvaggi in alcune isole di Mediterraneo, il cervo in particolare, e che le hanno cacciate. Tuttavia erano venuti con le capre e le pecore, da tempo addomesticate. Era  per perpetuare un ritual molto vecchio, legato alla caccia? Alcuni préistorici, alla luce delle religioni che pensano alla relazione dll'animale differentemente (Jean Clottes). Si potrebbe considerare il cinghiale dei celti come un animale totémico: appare come emblema e si vede investito di un potere magico.

Il maiale magico è come il calderone uno strumento di résurrezione che possiede Dagda (in Irlanda o Teutates in Gallia)l dio proprietario dei druidiche regnano sulla vita e la morte. Ci si può nutrire al calderone senza mai che non tari e le morti, gettati dentro, trovano una nuova vita. Inoltre il maiale può essere mangiato un giorno e ridiventare intatto il giorno dopo e mangeable nuovamente.
La caccia poteva bene avere un carattere rituale nelle società paléolithiques di cacciatore-raccoglitori. In particolare la caccia ai grandi animali certamente venerati, forse totems, in ogni caso certamente temuti. Non si trovano rappresentazioni paléoliticheella pianta o dei piccoli animali. Invece bisonti, mammut, félini.. si trovano dipinti o incisi sulle pareti delle grottes. E se la caccia, come lo pensa Catherine Claude (l'infanzia dell'umanità - Harmattan 1997), era un rituel di trasgressione del divieto di uccidere questi grandi animali, divieto che si è trasmesso a in "non ucciderai affatto" cristiano?
La caccia al cinghiale, nei celti, obbedisce a questo rituel. Di rado è del resto cacciato.

Ma già al neolitico, cosa che è restata fino a noi il "trofeo" di questa caccia, il dente del cinghiale, è investito di un potere magico, certamente in relazione con il résurrection. Si sono trovati scheletri neolitici dei due sessi inumati con solo ornamento un braccialetto fa di due canini di cinghiale al loro polso (Francia, Alsace, Lingolsheim).
Bracelet_nolithique_lingolsheim


Si sono anche trovati denti di cinghiali, associati a resti umani, vicino al battistero di Limoges, datato dei dintorni del 3$o secolo dopo JC. Questo "culto" del cinghiale durava dunque forse nei riti della cristianità nascente, in modo ufficioso... in ogni caso si continuava certamente ad attribuirgli un potere magico in relazione con oltre.
Si trovano ancora oggi gambe di cinghiali inchiodate sulle porte delle stalle del Limosineo della Auvergne. Non ho ancora interrogato le persone a questo riguardo ed avrò una risposta tanto queste vecchie credenze si nascondono. Ma certamente possiedono, come il dente, un potere magico protettivo, per il bestiame o per i prodotti alimentari.

Si potrebbe fare il parallelo con il toro il cui mito è certamente primo e potrebbe trovarsi riattivato nel potere del cinghiale. Il toro indo-europeo è infatti allo stesso tempo la potenza distruttiva e la fonte della vita e dell'eternità. Il simbolismo della cornucopia che gli è legato si trova certamente nella mezzaluna lunare dell'islam stesso che non è diverso che un corno o piuttosto una paio di corni.
La mezzaluna, mentre può richiudersi, come la morte sull'uomo, apre riguarda l'eternità. Il braccialetto dei due denti di cinghiale, al polso dei neolitici defunti, è il loro passaporto per l'eternità, la forma del dente è quella della mezzaluna ed i due denti associati formano un cerchio, come il ciclo della vita.
Il cinghiale gli è anche associato sia alla forza ed alla guerra che all'abbondanza, i prodotti alimentari e la salute. Il dio marzo romano sembra avere ripreso questa stessa dualità.
È la stessa dualità di quella del fulmine che è capace di uccidere ma che ha dato il fuoco agli uomini? La mitologia attaccata al fulmine sembra bene confermarlo.
Siamo là alle radici un bene e del male, strettamente legati, così vicini... ?
la femmina del cinghiale, non è mai così offensivo come quando difende i suoi piccoli. Applica il precetto guerriero: la migliore difesa è l'attacco.
Il cinghiale è il simbolo di un tipo di morale "naturale" che si sarebbe perpetuato assumendo forme diverse per parlarci di vita e di morte?

Il "dente sanguinante" del cinghiale è tutto sommato una "difesa"...
La guerra prende certamente la sua origine nella protezione dei prodotti alimentari contro il nemico che vuole afferrarsene. E la protezione dei prodotti alimentari è la protezione della vita che senza essa si estingue e non può riapparire. La forza è al servizio della protezione della vita.
Allora a che ritorna l'attacco? Chi è l'aggressore? Quello che manca?
Quando diventa -il più facile o più allettante, o anche semplicemente possibile, prendere all'altro piuttosto che di produrre sé i suoi prodotti alimentari?
Alcuni diranno che la causa è l'abbondanza, l'accumulo e la diseguaglianza. Si potrebbe fare il legame con la proprietà, quella dei prodotti alimentari, che cominciano con l'addomesticazione degli animali, la proprietà del bestiame. Quindi quella della terra che può essere legata alla sedentarizzazione. Proprietà collettiva certamente, del gruppo, del clan, del villaggio, più probabilmente di proprietà individuale inizialmente. Ma di quella c'è soltanto un passo... E quindi basta a causare il desiderio, la guerra, tra i clan, i villaggi...

Dunque l'abbondanza possiede questa stessa dualità, di essere allo stesso tempo la vita e la morte... "abbondanza di beni non nuoce"... falsa buona morale... come per riassicurarsi..

Penuria penuria, abbondanza...
Forse è  ciò che ha fatto la storia dell'umanità e continua a fare tutt'oggi...
La cornucopia resta il nostro simbolo della vita.
È stata il tema ricorrente delle società rurali ed agricole.
Resta il tema ricorrente delle società post-industriali che coltivano il mito della crescita come rimedio a tutti i mali.
Quando siamo riusciti a garantire la nostra "sicurezza alimentare" tramite ammodernamenti agricoli, a soddisfare i nostri stomaci al punto che, infatti, più sarebbe il nemico del bene, e che ci interroghiamo su "bene mangiare" molto più che su "abbastanza mangiare", abbiamo inventato altre penurie, altri desideri da soddisfare: quelle degli oggetti ultimo gridano, immediatamente desiderati, immediatamente gettati... e ci avviciniamo della vittoria, o dell'ultima sconfitta, quella di sapere che i nostri desideri non saranno mai soddisfatti, che quella fame è propriamente insaziabile.

E se realizziamo così il mito del Dagda, il dio celtico all'appetito sovrumano?
Il mito della crescita indefinita, sono il mito del cinghiale che amplia eternamente, che si mangia e che si ricrea ogni notte.

Si potrebbe, benché le credenze delle società occidentali moderne immergano le radici nelle credenze indo-europee, vedere in questa scoperta essenziale dell'uomo neolitico su comepoteva produrre i suoi prodotti alimentari e non doveva più temere la penuria. Ma scopre allo stesso tempo il suo appetito insaziabile e ciò lo spaventa poiché ciò significa che sarà condannato a produrre sempre più per tentare di soddisfarsi e ciò, senza mai arrivarvi.

Ed allora, come suddetto Camus, "occorre immaginare Sisifo felice"...Ma quest'uomo condannato, non può impedirsi di girarsi, osserva dietro verso questo paradiso perso, questo mito dell'età d'oro che soltanto la civilizzazione industriale tendeva ad invertire, questa età dove sapeva soddisfarsi di poco, dell'essenziale forse, di ciò che rende, tutto sommato, Sisifo felice.

postato da: Franfiorini alle ore 14:16 | link | commenti
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martedì, 21 settembre 2004

Il bravio delle botti.

Simpatica e affascinante corsa a propulsione umana con botte (quella di legno) che si tiene annaualmente a Montepulciano (SI).

Cagnano: colori verde e blu; stemma cagna allattante;
Collazzi: colori giallo-verde; stemma orca marina cavalcata;
Coste: colori giallo e blu; stemma sei bande oblique;
Gracciano: colori verde e nero; stemma leone dominante in campo oro;
Poggiolo: colori bianco e blu; stemma tre poggi;
San Donato: colori bianco e rosso; stemma le insegne episcopali;
Talosa: colori giallo e rosso; stemma tre. rose;
Voltaia: colori rosso e nero; stemma volta stilizzata su scudo uncinato.

Ogni Contrada in passato aveva la sua "Societas", con un capo denominato "Rettore", ed amministrava entro certi limiti i propri affari, I Rettori rappresentavano la Contrada in particolari solennità, come in quella di San Giovanni del 29 Agosto, in occasione della quale, dovevano recarsi alla Pieve di Santa Maria (quasi nello stesso luogo dove oggi si erige la Cattedrale di Montepulciano) con almeno 10 uomini ciascuno per offrire al santo un cero di 15 libbre (di 10 libbre quelli delle Contrade di Collazzi e Coste). In occasione della festa di Sant'Agnese il 1° Maggio, dovevano invece recarsi alla chiesa del monastero di Santa Maria Novella fuori dalla Porta di Gracciano (oggi chiesa di S. Agnese) per offrire alla Santa un cero di adeguate dimensioni. La storia delle Contrade di Montepulciano consente di avere un'idea non solo della vita della città del tempo, ma anche del suo assetto urbanistico e degli sviluppi che ebbe a cavallo tra il '200 ed il '300. Le Contrade più antiche sono sicuramente quelle del "Sasso", ovvero della zona più alta della città, sede del primo insediamento, e cioè San Donato, Talosa e forse anche Poggiolo. Sicuramente più recenti sono Collazzi, Coste, Cagnano, Voltaia e Gracciano, fino al 1281 considerate "borghi" (ovvero agglomerati esterni alla città) e che comunque diventarono Contrade entro il 1 300. Dell'antica storia delle Contrade di Montepulciano, documentata dagli Statuti Comunali del tempo, custoditi nell'archivio storico del Comune di Montepulciano, è stata tratta tutta la simbologia moderna delle stesse, che ispirandosi al passato, ha mantenuto fino ad oggi la stessa nomenclatura, i colori, gli stemmi, la territorialità urbana, e soprattutto lo stesso modello di cerimoniale.
Il bravio moderno nasce nel 1974 quando un parroco, don Marcello Del Balio, ebbe l'originale idea di trasformare l'antica corsa di cavalli con la corsa delle botti. Montepulciano, di antichissime origini etrusche, è stata per lungo tempo contesa tra Siena e Firenze, sia per la sua posizione strategica che per la ricchezza e la bellezza dei suoi terreni, infatti domina dall'alto di un colle la Valdichiana e la VaI d'Orcia. L'importanza di Montepulciano è da sempre intimamente legata alla fama delle sue vigne e del suo vino. Le botti, quindi, sono un elemento importante per l'economia di Montepulciano, perché grazie anche ad esse si produce il famoso Vino Nobile.

Le contrade si contendono un panno dipinto con l’immagine del Patrono, San Giovanni Decollato. La gara consiste nel far rotolare botti del peso di 80 kg lungo un percorso in salita di 1800 metri che si snoda tra le strade del centro storico della città poliziana, fino all’arrivo sul sagrato del Duomo, in Piazza Grande. Il Bravìo nacque nel Trecento come sfida a cavallo e, dopo essere stato abolito nel XVII secolo per motivi di ordine pubblico, fu ripristinato nel 1974 da un parroco, don Marcello Del Balio, che lo trasformò da corsa equestre in corsa delle botti. Il Bravìo si corre l’ultima domenica di agosto. Al mattino, in Piazza Grande, l’appuntamento è con l’estrazione dell’ordine di partenza delle botti, la marchiatura a fuoco, la consegna da parte del Comune al Magistrato delle Contrade del "Panno del Bravìo", l’offerta dei Ceri votivi a S. Giovanni nella Cattedrale. Nel pomeriggio, alle 16, spazio alla sfilata del Corteo Storico, composto da oltre 300 figuranti. Infine alle 19, dopo il segnale dato dai rintocchi del Campanone del Comune, le botti cominciano a rotolare sulla pietra partendo dalla colonna del Marzocco fino all’arrivo in Piazza Grande, dove viene proclamata la contrada vincitrice. Nella settimana precedente la corsa, ciascuna contrada ospita manifestazioni gastronomiche e cene propiziatorie.









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mercoledì, 08 settembre 2004

Palio di Parma.

Si svolgerà il 18 e 19 settembre. Programma a: http://www.paliodiparma.it/programma.htm

 Le prime notizie relative al Palio, vengono riferite dal "Chronicon Parmense" relativamente all'anno 1314 quando si festeggiò il fidanzamento di Ghilberto da Correggio, signore di Parma, con Maddalena Rossi. Il Palio (denominato "Corsa della Scarlatto") si disputava il 15 agosto, in occasione della festività dell'Assunta che Parma aveva eletta a propria patrona. La storiografia locale sottolinea in diversi documenti quanto la manifestazione fosse cara ai parmigiani, i quali non vi rinunciavano neppure se dilaniati da guerre civili. Lo svolgimento della manifestazione in onore dell'Assunta era minuziosamente regolata da precisi capitoli degli Statuti Cittadini (anni dal 1316 al 1325 e 1347) dai quali apprendiamo che, oltre a correle lo Scarlatto, si giostrava a cavallo con armi cortesi (bagordare). Il Comune, attraverso il Massaro, forniva ai partecipanti le lance ed un paio di lunghe calze o calzoni di colore differente, affinchè i cavalieri potessero essere divisi in squadre per affrontarsi

 Il  nuovo palio di Parma, che si disputa dal 1978, e che ora ha cadenza annuale, è incentrato sulla staffetta tra le 5 squadre rappresentanti le antiche porte cittadine: i verdi di Porta Santa Croce, i bianchi di Porta San Francesco (l'attuale Piazza Barbieri), gli azzurri di Porta Nuova (Barriera Farini), i gialli di Porta San Michele (Barriera Repubblica) e i rossi di Porta San Barnaba (Barriera Garibaldi).
 
La due giorni del Palio, sabato 18 e domenica 19 settembre, presenta un calendario ricco di appuntamenti.
 
Si apre sabato alle ore 15.30 in Piazza Duomo con giochi, danze e duelli in costume medievale. Alle 19, in Cattedrale si terrà la benedizione dei drappi.
 
Domenica alle ore 11 si comincia con l'esibizione degli sbandieratori nelle cinque porte, seguiranno i cortei storici dalle 14.30, che alle 15.45 partiranno da piazza Duomo a Piazza Gribaldi in cui alle 16.45, si svolgerà la Corsa dello Scarlatto, il Palio delle Donne, il Palio degli Asini.
postato da: Franfiorini alle ore 19:12 | link | commenti
categorie: storia e affini
venerdì, 03 settembre 2004

Il trasporto della "macchina" di Santa Rosa.

Le care tradizioni di casa. La "Macchina" prende l'avvio alle ore 21 del 3 Settembre da Piazza San Sisto (Porta Romana) e giunge attraverso un percorso di circa 1 Km., al Santuario di Santa Rosa.

Durante il tragitto ( Via Garibaldi - Via Cavour - Via Roma - Corso Italia - Via di Santa Rosa ) effettua 5 soste:

  • Piazza Fontana Grande

  • Piazza del Plebiscito

  • Piazza delle Erbe

  • Corso Italia (davanti alla Chiesa del Suffragio)

  • Piazza Verdi

La "Macchina" sosta davanti al Santuario per tutto il giorno seguente.

È un evento difficile da spiegare. Non ci sono animali come il palio di Siena, non ci sono tante sponsorizzazioni. L'origine della Macchina risale al 4 settembre 1258, quando il corpo di S.Rosa, ritrovato incorrotto (dopo che la stessa santa apparve in sogno a papa Alessandro IV), fu traslato da alcuni cardinali dalla Chiesa in cui era sepolto al Monastero che da allora divenne il suo Santuario.
Fu proprio da questa processione che ebbe inizio la tradizione del trasporto (che resta nella sua connotazione religiosa il giorno 2), e la trasformazione dell'altare, alla cui sommità era posta un'immagine della Santa, in un baldacchino alto alcuni metri con il quale, almeno dalla fine del Seicento, i viterbesi ogni anno ricordano quell'evento.
Dal XVIII secolo la macchina ha cominciato a crescere in altezza assumendo la fisionomia che conserva tuttora: una costruzione alta alcune decine di metri trasportata a spalla per le strade cittadine da un centinaio di uomini detti Facchini. Vestiti di bianco, a rappresentare la purezza della santa, morta a poco meno di sedici anni, fascia rossa in vita (rosso cardinalizio), pantaloni alla zuava e fazzoletto bianco alla corsara in testa. Si dividono in ciuffi (il peso di circa 80kg di concentra tutto sulle prime cervicali, protette solo da un cuscino di cuoio)e spallette.
Questa torre luminosa, alta ormai una trentina di metri, tutti gli anni la sera del 3 Settembre, attraversa il cuore della città che si oscura completamente al suo passaggio per farne risaltare maggiormente la luminosità. In tal modo i Viterbesi rendono omaggio alla propria "patrona" che tanto amarono in vita e che, dopo più di 750 anni, non mancano di festeggiare con grande partecipazione e solennità.
La storia della macchina di Santa Rosa è costellata anche di momenti tragici dovuti alla pericolosità del trasporto. In particolare durante il secolo scorso si sono verificati incidenti tali da convincere il Vaticano a sospenderne il trasporto, sospensione revocata ben presto per l'insistente e tenace richiesta di tutta la cittadinanza di ripristinare la solenne tradizione. Particolare la giornata di preparazione, con la benedizione in articulo mortis nella chiesa di San Sisto, da dove si snoda il trasporto, fino all'ultimo momento, il più emozionante: gli ultimi 150m in salita del 14% con la macchina "tirata" da corde aggiuntive e con i facchini di corsa. Gli ultimi brividi prima del posate del capo dei facchini.






postato da: Franfiorini alle ore 20:27 | link | commenti (3)
categorie: arte, storia e affini
domenica, 04 luglio 2004

Rennes le chateau.

http://www.rennes-le-chateau.org/

Credo sia una delle più grandi boutade del secolo passato. La ricerca spasmodica del graal, dei simboli dell'ultima cena del Cristo non ha contraddistinto il secolo passato, culminando con la frenesia dell'ultimo periodo Nazista della ricerca ad ogni costo di quell'hyperlink verso quel particolare misticismo.

Rennes le chateau diciamo che è un grazioso compendio costruito (forse) ad arte di tutte le superstizioni franco-alchemico-massoniche d'oltralpe. Però da scettica completa mi attrae una cosa: come un abate, Berenger Saunière, è riuscito in una delle più abili operazioni di marketing che si tramandano anche post-mortem.

Ma perchè era così importante? Anzitutto, qualche data. 1244: cade Montségur, l’ultima fortezza catara, al termine di una lunga lotta condotta dai cattolici contro questa eresia insidiosa diffusa in quasi tutta l’Europa. Il luogo si trova a pochi chilometri da Rennes le Château, e per secoli si favoleggerà di un tesoro che i catari avrebbero messo in salvo all’ultimo momento e nascosto nella zona. 1255: prima costruzione della chiesa parrocchiale di Rennes le Château, dedicata a santa Maria Maddalena, che le leggende francesi vogliono rifugiata dalla Palestina in Francia per sfuggire alle persecuzioni e che giocava un ruolo anche nella mitologia catara.1776: muore Jean Bigou, parroco di Rennes le Château, che alcune voci vogliono a sua volta appassionato di cose esoteriche. 1781: muore a Rennes le Château la marchesa Marie de Negre, che entra nella storia che ci interessa perché sposa di un signore d’Hautpoul, la cui famiglia aveva avuto relazioni con i catari e con le leggende sul loro tesoro, e perché viene sepolta con un’iscrizione che avrebbe un significato nascosto e della quale rimane solo una copia, della cui autenticità non si può essere certi. 1885: diventa parroco di Rennes le Château don Berenger Saunière (1852-1917). Personaggio bizzarro, nel 1909 si rifiuterà di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo aver perso un processo ecclesiastico, subirà una sospensione a divinis, poi revocata. Pure privato della parrocchia rimarrà fino alla morte nel paese, che aveva arricchito con nuove costruzioni — fra cui una curiosa "torre di Magdala" — e scandalizzato con i suoi scavi nella cripta e nel cimitero — nel corso dei quali andò distrutta la famosa stele di Marie de Negre — alla ricerca non si sa bene di che cosa. In rapporto con gli ambienti esoterici dell’epoca — fra l’altro, con la cantante e occultista Emma Calvé (1858-1941) — avrebbe scoperto nella sua parrocchia importantissimi manoscritti antichi, ma quelli che sono emersi sono falsi evidenti del diciannovesimo, se non del ventesimo secolo.

Cerchiamo di riassumere con qualche particolare in più questo giallo d'annata.. Siamo nella francia del 1892, in un paesino minuscolo nell'Aude. Circa 200 anime, ma conosciuto da molti potenti del mondo. La chiesa ha bisogno di riparazioni, ed il parroco, François Berenger Saunière, non propriamente il prototipo del pastore d'anime, era riuscito a raccogliere faticosamente il denaro necessario. Sì, prima faticosamente. Poi un giorno scrisse sul suo diario, scandagliato nell'ultimo secolo da esperti soprattutto di oltreoceano, di aver trovato un tesoro. Fino al 1892 infatti, il parroco aveva dovuto arrabattarsi per far quadrare i conti della parrocchia; dopo il ritrovamento di alcune pergamene, qualcosa cambiò d'improvviso. Saunière, spostando l’altare della Chiesa – che all’epoca era attaccato al muro perché l’officiante, al contrario di oggi, dava le spalle ai fedeli – trovò quattro antiche pergamene nell’incavo di una colonnina di sostegno. Due di quelle pergamene risalivano pare al Medioevo mentre altre due erano state scritte da un predecessore di Sauniere, l’abate Antoine Bigou, che aveva retto in precedenza la parrocchia di Rennes.

Saunière le mostrò al vescovo di Carcassonne, poi chiese e ottenne il permesso ed il denaro per recarsi a Parigi e fare esaminare i manoscritti da uno specialista. Nella capitale rimase per tre settimane, dove trascorse gran parte del tempo al Louvre (e il resto a fare la bella vita), ed acquistò le riproduzioni di vari quadri, tra cui un dipinto di Nicholas Poussin intitolato Pastori d'Arcadia. Questa tela, realizzata intorno al 1640, rappresentava un sarcofago con l'iscrizione "Et in Arcadia Ego". il sarcofago esisteva veramente a poca distanza da Rennes-le-Chateau, e sebbene, in teoria, Poussin non si fosse mai recato da quelle parti, anche il paesaggio dello sfondo del quadro sembrava coincidere con quello reale. Curiosamente, tra i quadri che d’improvviso cominciarono a interessarlo c’era anche un ritratto di un papa speciale: Celestino V, un papa che non andò mai a Roma e che visse e morì a L’Aquila. Celestino, tra le altre cose, era il predecessore di quel Bonifacio VIII che tanta parte ebbe nello scioglimento sanguinoso dell’ordine dei Templari, all’inizio del Trecento.

Intanto i lavori alla parrocchia proseguivano; sotto l'impiantito fu rinvenuta una lapide di pietra; essa venne rimossa, ma solo Saunière ebbe modo di vedere cosa celasse. Da quel momento il parroco cominciò a compiere lunghe esplorazioni nei luoghi circostanti finché, qualche tempo dopo, i lavori di restauro ripresero. Ma, questa volta, con grande spiegamento di mezzi: d'improvviso il denaro cominciò a scorrere a fiumi: il sacerdote sembrava ora possederne in quantità illimitata. Saunière acquistò molti terreni circostanti, costruì una passeggiata a semicerchio, e fece edificare una torre che chiamò Tour Magdala in onore di Maria Maddalena. Saunière pagò tutti i lavori di tasca sua, e continuò a disporre di grandi quantità di denaro fino alla sua morte (1917). Da dove veniva quell'improvvisa ricchezza? Saunière ristrutturerà la Chiesa con gran dispendio di mezzi economici e passando lui stesso ad uno stile di vita da nababbo, senza mai fornire spiegazioni di questo repentino cambiamento. Alcuni hanno calcolato che nel giro di pochi anni Sauniere spese l’equivalente di circa 15 milioni di euro (più o meno 30 miliardi di vecchie lire). Forse più verosimilmente il denaro proveniva da una gestione un po' simoniaca del denaro donato dai parrocchiani per messe e opere di bene. Però Per quasi settant'anni l'enigma dell'improvvisa ricchezza del parroco rimase relegato tra i misteri locali; poi, nel 1968 Gerard De Sede, esoterista e scrittore specializzato in saggi sui tesori nascosti, raccontò la storia di Saunière nell'intrigante volume Le Tresor Maudit (il tesoro maledetto ). Secondo De Sede, il sacerdote aveva risolto un complicato codice che coinvolgeva, oltre alle pergamene, il quadro di Poussin, giungendo così al nascondiglio di un tesoro maledetto (le ragioni del sinistro attributo non sono perfettamente chiare, ma giustificano la frase Terribilis est locus iste" "Questo luogo è terribile", di origine certamente biblica — riferita alla scala di Giacobbe — ma inconsueta all’ingresso di una chiesa).

L'ipotesi più gettonata è quindi che il tesoro di Sauniére non era un vero e proprio tesoro ma una serie di documenti in grado di confermare una leggenda antica, ambientata – tanto per cambiare – proprio in questi luoghi. Secondo questa leggenda, Gesù non morì sulla croce ma, salvato dai suoi, poté lasciare la Palestina e raggiungere il sud della Francia. Con lui, nel piccolo gruppo di ebrei cristiani fuggiaschi, ci sarebbe stata anche Maria Maddalena, la prostituta che, secondo la Bibbia, Gesù aveva convertito. Un’altra versione della leggenda vuole che invece da queste parti sia arrivata solo la Maddalena con pochi altri ebrei. Ad ogni modo, nella terra dove si dice che secoli prima si fossero rifugiati alcuni seguaci di Gesù, il Tesoro del Tempio di Gerusalemme trovò la sua nuova collocazione. Da quella piccola comunità di ebrei fuggiti dalla Palestina si sarebbe sviluppata la discendenza che avrebbe dato vita alla prima dinastia di re francesi, i Merovingi. La ricchezza di Berengere sarebbe quindi derivata dalla “vendita” di documenti relativi a questa storia o comunque ad un sapere arcaico ed esoterico
E il flusso di celebrità che ha seguitato a visitare Rennes Le Chateau è lungo anche negli anni asuccessivi:C’era Emma Calvè, la cantante lirica più celebre dell’epoca, una specie di Maria Callas, c’era il segretario di Stato francese per la Cultura, nobili e finanzieri. Ma il più sorprendente è forse l’arciduca Giovanni d’Asburgo, fratello dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che versò a Sauniere somme ingenti. Poi Mitterand, Marlene Dietrich, Grace Kelly, Josephine Baker e Richard Wagner. In particolare il compositore tedesco, molto amato da Hitler e dai nazisti, venne da queste parti prima di comporre la sua opera “Parsifal”, una storia dove ha un ruolo centrale la ricerca del mitico GRAAL. Cercavano forse questo gli uomini dell’esercito tedesco nel 1943-44 nei loro frenetici scavi sotto la guida del gerarca nazista più noto per le sue conoscenze esoteriche, Otto Rahn?
Ma ricapitoliamo gli indizi lasciati volutamente a disposizione del volonteroso indiana jones esoterico:
1) sul portone d’entrata c’è una scritta in latino che dice “Questo è un luogo terribile”
2) l’acquasantiera è retta da un demone la cui figura è tratta da un libro della biblioteca di Sauniere. In quel libro il demone viene chiamato “Asmodèo”: nella mitologia ebraica era questo il nome del re dei demoni e il guardiano del tesoro di Salomone
3) In un mosaico sopra l’altare è raffigurata l’Ultima Cena con una donna, ai piedi del Cristo, con una coppa in mano. Un accoppiamento quello tra Ultima Cena e Maria Maddalena che non trova riscontro nel racconto della Bibbia
4) In un grande affresco murario si vede una borsa semi aperta da cui si intravede il luccichio dell’oro; inoltre le iniziali dei nomi dei santi raffigurati dalle statue collocate nella Chiesa formerebbero il nome di GRAAL.
5) Alcune caratteristiche della Chiesa richiamano il testo di una delle pergamene ritrovate.
Ma Saunière non si limitò alla Chiesa: restaurò il presbiterio, riorganizzò il cimitero, creò un giardino geometrico davanti alla Chiesa. Al centro del giardino una statua della Vergine posta su una delle due antiche colonne (sistemata al contrario) che sorreggevano l’antico altare della Chiesa. Altra stranezza: si fece costruire uno studio a fianco del cimitero, uno studio che poggia su una grande cisterna d’acqua. E una volta che scoppiò un grande incendio, benché fosse molto amato dagli abitanti per il bene che faceva, negò l’utilizzo dell’acqua della sua cisterna. Come mai? Secondo alcuni esperti di magia l’acqua è una potente protezione dagli influssi negativi e Sauniere – di cui sono noti i legami con ambienti esoterici e magici – probabilmente non voleva rinunciarvi o ne aveva bisogno per le sue ricerche.
Si dice che nel corso delle sue ricerche Saunière abbia distrutto alcune tombe proprio per non lasciare tracce delle sue scoperte. Tra queste il caso più clamoroso è quello della tomba di una nobildonna della zona, morta un secolo prima: si chiamava Marie, marchesa d’Hautpoul de Blanchefort. La sua tomba recava un’iscrizione abbastanza strana, composta dal predecessore di Sauniere, l’abate Bigou. La cosa curiosa è che Bigou era stato cappellano della nobile famiglia dei Blanchefort, famiglia che poteva vantare tra i propri antenati addirittura un Gran Maestro dei Templari, Bernard de Blanchefort, quarto maestro dell’Ordine, l’uomo che aveva voluto misteriosi scavi in queste terre, sulle quali troneggiava anche il suo castello a due chilometri in linea d’aria da Rennes.
L’iscrizione di Bigou, che Sauniere distrusse ma che era stata copiata in precedenza, aveva delle correlazioni con i testi delle pergamene trovate sotto l’altare. In particolare, mettendo in fila solo le parole scritte tenendo conto di errori e spaziature sbagliate si arriva a comporre – secondo alcuni – la frase: A RE DAGOBERTO II E A SION APPARTIENE QUESTO TESORO ED EGLI E’ LA MORTO. Qualcuno di stirpe reale potrebbe essere veramente sepolto intorno alla chiesa, per via della doppia banda chiara presente sul muro della chiesa, a meno che ciò sia stato fatto ad arte nel restauro della chiesa.
Capitolo soldi.
Il sacerdote non volle mai spiegare perché aveva così tanto denaro a disposizione e non si fece sfuggire una parola neanche quando venne sospeso a divinis. Riammesso dalla Chiesa qualche anno prima della morte, Berengere Sauniere al momento di passare a miglior vita non risultò possessore di nulla. Tutto era intestato alla sua governante e forse anche amante: Marie Denardaud che visse nella lussuosa casa di Sauniere fino alla morte, nel gennaio 1953. Alla fine della Seconda Guerra mondiale, con l’introduzione dei nuovi franchi, veniva chiesto a chi voleva cambiare le vecchie monete con le nuove, la provenienza di quelle somme. La Denardaud non volle mai sottoporsi a questo interrogatorio e si racconta che avesse bruciato grossi mucchi di banconote.
Prove seminate per il paese come da un abile giallista in una delle sue opere.
Più che segreto ancora una validissima operazione di mercato speculando sulla credulità popolare. Sebbene sia un reato, sebbene sia nella partria dell'illuminismo, sebbene ora ci sia gente che studia queste cose scientificamente. :)
Insomma chapeaux all'abate, a volte certi gialli sono meno scritti bene.

[da uccidi un grissino: salverai un tonno... ]

















postato da: Franfiorini alle ore 21:10 | link | commenti
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